Il costo invisibile di lavorare quando temi il giudizio
Per molto tempo ho fatto fatica a trovare un modo preciso per spiegare una cosa che, nel lavoro come nella vita sociale, per me pesa da sempre.
Da fuori non si vede quasi mai nel modo giusto.
Da fuori puoi sembrare solo riservato. Oppure freddo. Oppure uno che parla poco, che si espone poco, che preferisce stare per conto suo. Una persona magari un po’ chiusa, forse un po’ rigida, forse semplicemente non molto incline alla socialita’.
Dentro, almeno per me, la sensazione e’ diversa.
Non si tratta solo di timidezza. Non si tratta solo di introversione. E non si tratta nemmeno di disinteresse verso gli altri.
Si tratta piuttosto di quanto peso puo’ avere il giudizio possibile degli altri, anche quando non e’ esplicito, anche quando non sta succedendo nulla di oggettivamente negativo, anche quando una situazione per gli altri sarebbe neutra o quasi invisibile.
Nel mio caso questa dinamica ha un nome: disturbo evitante di personalita’.
Lo scrivo non per fare teoria su me stesso, e nemmeno per usare un’etichetta come spiegazione totale. Lo scrivo perche’ dare un nome a una cosa, a volte, aiuta almeno a non scambiarla per altro.
Perche’ il punto non e’ “sono un po’ timido”.
Il punto e’ che molte interazioni vengono vissute in anticipo come potenzialmente esposte, potenzialmente giudicabili, potenzialmente umilianti. E allora la risposta automatica diventa ritirarsi, trattenersi, evitare, limare la propria presenza prima ancora che succeda davvero qualcosa.
La parte difficile da spiegare e’ che questo evitamento non nasce dal fatto che gli altri non contino. Anzi. Spesso nasce proprio dal contrario: dal fatto che contano troppo.
Sul lavoro questa cosa pesa in un modo specifico
Nel lavoro il problema non e’ solo fare bene il proprio mestiere.
C’e’ anche tutto il resto: riunioni, messaggi, richieste, chiarimenti, feedback, momenti in cui bisogna esporsi, prendere parola, fare domande, difendere una scelta, ammettere un dubbio, entrare in relazione senza il riparo del solo compito tecnico.
Ed e’ li’ che, almeno per me, il costo si sente di piu’.
Ci sono riunioni in cui avrei qualcosa da dire, ma resto zitto troppo a lungo.
Non sempre perche’ non sappia cosa pensare. A volte succede il contrario: penso troppo a come dirlo, a come verra’ percepito, a quale dettaglio potrebbe farmi sembrare confuso, banale, fuori posto o meno competente di quanto dovrei essere.
Cosi’ il pensiero si inceppa prima di arrivare fuori.
Altre volte il problema passa da cose apparentemente piccole, ma ripetute.
Un messaggio che riscrivo piu’ volte prima di inviarlo.
Una domanda che rimando perche’ temo di disturbare.
Un chiarimento che servirebbe subito ma che lascio sospeso troppo a lungo.
Una risposta neutra letta come possibile segnale negativo.
Un feedback che magari, razionalmente, so essere normale, ma che dentro sento con un peso molto piu’ grande.
Da fuori queste cose possono sembrare dettagli. Nel tempo, invece, diventano usura.
Non e’ solo una difficolta’ sociale: e’ un consumo continuo di energia
Quello che faccio fatica a spiegare e’ proprio questo.
Si puo’ anche lavorare. Si puo’ anche essere presenti. Si puo’ anche sembrare funzionali.
Ma tutto questo puo’ costare moltissimo.
A volte il lavoro tecnico in se’ non e’ nemmeno la parte piu’ pesante. La parte piu’ pesante e’ il contorno umano del lavoro: il dover comparire, rispondere, esporsi, chiedere, sostenere la possibilita’ di essere fraintesi o giudicati.
Ci sono giornate in cui il vero logoramento non viene da quello che devo fare, ma dal fatto che devo esserci insieme agli altri senza potermi mai sentire davvero sciolto.
E questa cosa ha un effetto strano: da fuori magari sembri una persona normale, magari anche affidabile, magari solo un po’ silenziosa. Ma dentro senti di stare spendendo una quantita’ di energia sproporzionata per tenere in piedi interazioni che per altri sarebbero ordinarie.
Il malinteso piu’ comune
Una delle parti piu’ frustranti e’ che spesso vieni letto male.
Puoi sembrare distaccato quando in realta’ sei in difesa.
Puoi sembrare poco partecipe quando in realta’ sei troppo attento.
Puoi sembrare poco collaborativo quando in realta’ stai cercando di non esporti in modo sbagliato.
Puoi sembrare freddo quando dentro sei semplicemente in allerta.
Il problema e’ che dall’esterno si vede il comportamento, non sempre il suo costo.
Si vede che parli poco. Non si vede quanto hai trattenuto.
Si vede che non hai scritto. Non si vede quante volte hai riscritto quel messaggio nella testa.
Si vede che non sei intervenuto. Non si vede quanta tensione c’era dietro quel silenzio.
La parte piu’ difficile da ammettere
C’e’ anche un altro aspetto, piu’ scomodo.
A volte questa dinamica non mi impedisce di lavorare. Mi impedisce di esistere con naturalezza dentro il lavoro.
Ed e’ una differenza importante.
Perche’ si puo’ essere competenti e comunque penalizzati. Si puo’ fare bene una parte del proprio mestiere e allo stesso tempo perdere terreno su tutto quello che richiede presenza, visibilita’, spontaneita’, esposizione.
Non sempre le occasioni si perdono per mancanza di capacita’. A volte si perdono perche’ il costo interno di esserci e’ troppo alto.
E questa e’ una forma di fatica che da fuori si vede poco, ma che nel tempo rischia di deformare anche l’idea che uno ha di se’.
Quello che vorrei riuscire a dire con precisione
Non sto scrivendo queste cose per chiedere indulgenza.
E non sto nemmeno cercando di ridurre tutto il mio modo di stare al mondo a una diagnosi.
Sto provando a dire una cosa piu’ semplice e piu’ difficile insieme: sul lavoro non tutto passa dalla competenza tecnica, e per alcune persone il peso vero non e’ solo fare bene il proprio lavoro, ma sopportare tutto cio’ che quel lavoro richiede sul piano umano.
Nel mio caso, una parte consistente della fatica sta li’.
Nel rapporto con il giudizio possibile.
Nel tentativo di non sbagliare presenza.
Nel riflesso continuo a ritirarmi un po’ prima che una situazione possa ferirmi davvero.
Forse il punto piu’ onesto, almeno oggi, e’ questo: non sempre la parte piu’ dura del lavoro e’ il lavoro. A volte e’ tutto quello che succede intorno ogni volta che devi esporti come persona.