Lavorare con chi ha meta' dei tuoi anni


Lavorare con persone che hanno meta’ dei tuoi anni produce un effetto strano.

All’inizio pensi che sia solo una differenza anagrafica. Un dettaglio quasi neutro. Hanno altri riferimenti, altri ritmi, un altro modo di stare dentro il lavoro. Tu hai piu’ esperienza, loro piu’ freschezza. Fine della storia.

Poi, se ci lavori davvero, capisci che non e’ cosi’ semplice.

Perche’ dopo un po’ il punto non sono piu’ loro. Il punto diventi tu.

Lavorare con colleghi molto piu’ giovani non ti fa solo notare che il tempo e’ passato. Ti costringe a misurarti con domande che, finche’ restano sullo sfondo, riesci anche a ignorare. Ma quando entrano nel lavoro quotidiano, diventano difficili da zittire.

Ti chiedi se sei ancora veloce.

Non in senso assoluto, ma rispetto al ritmo con cui oggi certe persone imparano, cambiano contesto, passano da uno strumento all’altro, assorbono linguaggi, interfacce, modi di fare. A volte hai l’impressione che si muovano con una naturalezza che tu non hai piu’, o che forse non hai mai avuto in quella forma.

Poi ti chiedi se sei ancora aggiornato.

Che non vuol dire soltanto conoscere l’ultimo framework, l’ultima piattaforma o l’ennesima moda tecnica. Vuol dire una cosa piu’ sottile: capire se sei ancora dentro il presente oppure se hai iniziato, senza accorgertene, a lavorare appoggiandoti soprattutto a quello che sai gia’.

E’ una differenza piccola solo in apparenza. Perche’ a un certo punto l’esperienza puo’ diventare una base solida, oppure una zona di comfort ben argomentata.

Poi arriva la domanda piu’ scomoda: la mia esperienza conta davvero?

Non in teoria. In pratica.

Conta nel modo in cui si prendono le decisioni? Conta nel modo in cui viene percepita? Conta davvero come valore aggiunto, oppure viene tollerata come una lentezza accettabile finche’ non intralcia troppo?

Perche’ una cosa e’ sapere di aver visto piu’ problemi, piu’ errori, piu’ cicli completi. Un’altra e’ sentire che questa esperienza produce ancora un peso reale dentro il lavoro, e non solo una specie di autorevolezza residuale che gli altri ti riconoscono per educazione.

E insieme a tutto questo si insinua un altro dubbio, ancora meno piacevole: sto diventando rigido?

E’ una domanda odiosa, perche’ raramente uno si percepisce rigido dall’interno. Di solito si percepisce ragionevole, prudente, accurato, esigente.

Pero’ non sempre e’ facile distinguere tra solidita’ e irrigidimento. Tra metodo e resistenza al cambiamento. Tra capacita’ critica e semplice fastidio per cio’ che non ti assomiglia.

Forse una parte dell’eta’ lavorativa sta tutta qui: iniziare a non sapere piu’ con certezza se alcune tue posizioni nascono dalla competenza oppure dall’abitudine.

C’e’ poi un punto che trovo ancora piu’ interessante.

A volte quello che per me e’ profondita’, per altri appare come lentezza.

Il tempo che mi prendo per capire bene un problema, per vedere le implicazioni, per diffidare delle soluzioni troppo facili, puo’ essere letto come pesantezza, complicazione, scarso adattamento al ritmo.

E onestamente non sempre questa lettura e’ del tutto sbagliata.

Perche’ esiste una profondita’ necessaria, ma esiste anche un modo di nascondersi dentro la complessita’. Esiste il rigore, ma esiste anche il ritardo travestito da rigore. E non sempre e’ piacevole chiedersi da che parte si sta.

Allo stesso modo, quello che per loro e’ freschezza, per me a volte assomiglia a superficialita’.

La rapidita’ con cui certe persone si muovono, decidono, provano, cambiano, semplificano, puo’ apparirmi brillante oppure fragile. Dipende dai giorni, dai casi, ma forse dipende anche da qualcosa di piu’ scomodo: dal fatto che non sempre riconosco subito il valore di cio’ che non passa dai criteri con cui ho imparato a giudicare il lavoro.

E allora il rischio e’ reciproco.

Io posso scambiare per superficialita’ una forma diversa di intelligenza operativa. Loro possono scambiare per lentezza una forma di profondita’ che richiede piu’ tempo ma evita errori peggiori.

Forse il punto non e’ decidere chi ha ragione tra chi ha piu’ anni e chi ne ha meno.

Forse il punto e’ accettare che lavorare con persone molto piu’ giovani non e’ solo una prova di convivenza generazionale. E’ un test identitario.

Ti costringe a chiederti cosa di te e’ ancora vivo, cosa e’ ancora utile, cosa invece stai difendendo solo per abitudine o per orgoglio.

E ti costringe anche a una seconda onesta’ piu’ difficile: riconoscere che il disagio non nasce sempre da cio’ che gli altri non capiscono, ma a volte dal fatto che non sei piu’ tu il piu’ giovane nella stanza.

Forse e’ proprio questo il punto che punge.

Non il confronto con chi e’ piu’ giovane, ma il confronto con l’immagine che avevi di te stesso prima che il tempo iniziasse a diventare visibile anche nel lavoro.

E forse il lavoro, ogni tanto, serve anche a questo: non solo a produrre, decidere, costruire, ma a mostrarti con una certa brutalita’ chi stai diventando.