Il "perche'" e' mio, il "come" puo' essere dell'LLM


Per anni ho misurato il valore del mio lavoro anche dalla fatica mentale che ci mettevo dentro.

Se passavo ore su una funzione, se perdevo una giornata dietro un bug che non si riproduceva, se qualcosa nasceva dopo mille bestemmie, quel codice diventava mio in un modo quasi fisico. Non era solo codice scritto da me. Era codice sofferto da me.

E quando una cosa l’hai sofferta, poi fai piu’ fatica a cancellarla.

Mi e’ capitato con del software che avevo scritto per i dati in arrivo da un sistema esterno. Funzionava. Ha attraversato anni di riscritture del resto del progetto senza che nessuno lo toccasse.

Quel codice non e’ sopravvissuto perche’ fosse la soluzione migliore. E’ sopravvissuto perche’ mi era costato sudore.

Quando ho ripreso quel punto del progetto con un LLM accanto, in un pomeriggio e’ venuto fuori che parte di quel codice era fuffa. Non e’ stato l’LLM a capirlo. Il confronto mi ha costretto a rileggere quel file come se non fosse mio, ed e’ li’ che l’ho visto per quello che era: un piccolo monumento alla mia fatica di qualche anno prima.

L’ho stravolto. E mi e’ dispiaciuto, piu’ di quanto avesse senso.

Da quando lavoro cosi’ tutti i giorni, quel dispiacere e’ diventato piu’ raro. All’inizio il codice sembrava meno mio, proprio perche’ non lo avevo scritto riga per riga, e non ci avevo lasciato dentro la stessa fatica. Poi pero’ ho capito che era un vantaggio. Se un blocco non mi convince, oggi lo cancello. Se un’implementazione e’ sbagliata, la cambio. Se viene fuori una strada migliore, la faccio.

In un certo senso gli LLM mi hanno aiutato a rimettere il codice al suo posto. Il codice dovrebbe essere un mezzo. Se serve, resta. Se non serve, si riscrive. Se una soluzione migliore lo rende inutile, si elimina.

C’e’ pero’ un problema.

Quel codice scritto male lo conoscevo. Sapevo dove era uno schifo, sapevo quali input lo mettevano in crisi, e se si rompeva, sapevo dove mettere le mani. Il codice che arriva in venti minuti non mi da’ niente di tutto questo. Funziona, e io ne ho una conoscenza molto piu’ sottile di quanto mi piaccia ammettere.

Una parte di quella fatica era il modo in cui imparavo il sistema.

Non mi basta per tornare indietro. Mi basta per non raccontarmela: quella fatica non e’ sparita, l’ho solo spostata. Prima la mettevo nello scrivere, oggi devo metterla nel leggere quello che accetto.

Questo non vuol dire che il progetto non sia piu’ mio. Vuol dire che la mia parte sta in un altro punto.

Il “perche’” resta mio.

Il “come”, invece, puo’ essere anche costruito insieme a uno strumento. L’LLM puo’ aiutarmi a scrivere, proporre, velocizzare, riscrivere. Ma non decide il senso di quello che sto facendo.

Forse il punto e’ tutto qui: il valore del mio lavoro non sta piu’ nel sangue versato su ogni riga.

Sta nel capire quali righe meritano davvero di esistere. Comprese quelle che non ho scritto io.

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